Massimalismo o minimalismo, non fondamentalismo

Spiace dover prendere lezione di politica da un compagno di partito, specialmente se l’insegnamento è banale e non richiesto.

Spiace sentirsi accusare di “fondamentalismo” in un periodo storico in cui questo termine porta alla mente guerre di religione combattute con una crudeltà nuova e disorientante.

Un compagno istruito che ha a cuore la causa del socialismo, nel senso più largo e forse anche squalificato del termine, sa che la nostra storia politica è legata da sempre ai concetti di massimalismo e di minimalismo. E chiunque è in grado di rendersi conto che ormai la natura dei cosiddetti partiti socialisti occidentali, tra i quali rientra anche il mio, si divide oggi tra “maxi-minimalisti” e “mini-minimalisti”. Dal punto di vista pratico, pragmatico, io mi situo tra i primi. Anche se dal punto di vista ideologico e utopico resto un massimalista che spera ancora di stravolgere completamente l’ordine sociale e politico di questo paese.

Il Partito Socialista è composto interamente di militanti intelligenti che conoscono perfettamente il sistema consociativo che caratterizza la politica ticinese e svizzera. Il sistema proporzionale, della condivisione delle responsabilità, lo si può ritenere figlio di un accordo tra il socialista Canevascini e il conservatore Cattori che diede vita a quello che fu definito il “Governo di Paese”.

Anche io sono municipale e anche io ogni settimana devo confrontarmi con persone che hanno opinioni diverse dalle mie, ma con le quali devo trovare delle soluzioni condivise nell’interesse della popolazione.

Questo, però, non deve impedire a chi ancora oggi si definisce socialista di essere guidato da alcuni punti fermi. Uno di questi punti deve essere oggi e sempre la redistribuzione della ricchezza che passa anche attraverso la ricerca delle risorse finanziarie, le imposte, necessarie per il bene della comunità andando a frugare nelle tasche più gonfie. È anche chiaro che un governo ha il dovere di fare in modo che le lavoratrici e i lavoratori abbiano una giusta retribuzione che oltre a permetter loro di vivere con dignità, consenta al paese di avere una solida base finanziaria prelevata attraverso delle imposte giuste.

Altra cosa chiara a chi milita in un qualsiasi partito politico è la distinzione dei ruoli e tra i suoi organi. Chi siede in un esecutivo ha il dovere di cercare dei compromessi, ma mai ad ogni costo! Chi siede in un parlamento ha il compito di valutare, provare a migliorare e poi a decidere se approvare o meno il compromesso. Alla base di un partito, in un paese basato sulla democrazia diretta, spetta poi il compito di condividere o respingere il compromesso raggiunto.

La conferenza cantonale del Partito Socialista, equiparabile a un congresso, ha fatto la sua scelta in maniera molto chiara. Si può non essere d’accordo, va bene. Ma per favore non mi si venga a dire che “è inaccettabile che attorno a questo discorso si instauri una gara fra socialisti per valutarne virtuosità e valore” e allo stesso tempo fare la lezione (e la morale) a chi in maniera maggioritaria ha scelto una linea ben precisa.

“Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa, il termine “socialista” ha ancora un certo significato. Scegliamo cosa vogliamo fare, provare a mantenere i valori legati a questa parola o trovare un nuovo nome con il quale inquadrare nuovi valori.

La mia storia mi ha spinto a identificarmi nei valori del socialismo, io da qui non mi scanso.